Studio Del Bene - Chiropratica e cura della persona

MORBO di ALZHEIMER: il Viaggio verso un Mondo Parallelo

Morbo di Alzheimer

Sintomi iniziali ed evolutivi

  • Difficoltà iniziale nel ricordare eventi recenti
  • Difficoltà nell’esecuzione delle attività quotidiane.
  • Disorientamento spaziale, temporale e topografico
  • Difficoltà del linguaggio e suo impoverimento a mano a mano più rilevante
  • Difficoltà ad esprimere verbalmente i  pensieri o denominare gli oggetti.
  • Uso di frasi stereotipate.
  • Difficoltà di memoria man mano riferita ad ambiti più estesi.
  • Incapacità a partecipare attivamente ad una conversazione, soprattutto per la difficoltà a ricordare ciò che viene detto e a comprendere il senso compiuto anche di semplici frasi.
  • Perdita della Memoria
  • Calo ponderale.
  • Perdita di autonomia
  • Incontinenza sfinterica
    alterazioni della personalità
  • Minore interesse per i propri hobby
  • Minore interesse per il proprio lavoro
  • Diminuzione precoce di capacità di giudizio
  • Difficoltà ad affrontare e risolvere problemi, anche semplici, relativi ai rapporti interpersonali o familiari
  • Sospettosità nei confronti di altre persone, accusate di sottrarre oggetti o cose che non si riescono a trovare.
  • Depressione
  • Insonnia
  • Disturbi di personalità
  • Reazioni verbali emotive o fisiche di tipo catastrofico
  • Disturbi sessuali

Le cause

  • Accumulo  irregolare della proteina, la beta amiloide
  • Mutazioni del gene Presenilina-1 (PS-1), identificato nel 1992
  • Mutazione del gene Presenilina-2 (PS-2), scoperto 1993
  • Mutazione del gene Apolipoproteina E-e4 (APOE4), scoperto nel 1993
  • epigenetica

Fattori di rischio

  • Avanzamento dell’età media
  • Familiarità positiva
  • Esposizione a sostanze tossiche: alluminio, idrocarburi aromatici,  amianto, ferro, rame, solventi aspartame, campi elettromagnetici,
  • vaccinazione antinfluenzale
  • otturazioni dentali con presenza di metalli pesanti

Dalla raccolta di lettere di Mariella al padre Carlo, ringraziandola per la gentile concessione a renderla pubblica:

Ciao Papà , sembra così strano che pur vedendoti ogni giorno, io senta così forte il bisogno di scriverti ma … forse non è così strano. Scrivere è un bisogno per ricollegarci ai nostri cari lontani, per annullare le distanze. E tu è da tanto che hai iniziato a viaggiare … hai iniziato a partire tempo fa, ma questa partenza non è mai unica … parti in ogni momento di questi tuoi giorni ed io non potrò mai sapere in che luogo ed in che tempo sei … dove poterti raggiungere. Tutte queste metaforiche partenze mi tolgono tutto ciò che erano punti fermi del nostro rapporto: i tanti abbracci, le storie che mi raccontavi per farmi addormentare da piccola e anche da grande quando qualcosa dentro, nel cuore, mi faceva male. Mi mancano la tua grande fantasia, la tua creatività, le nostre partite a scacchi, i lunghi discorsi di politica, la discussione dei tuoi progetti quando mi chiedevi un parere. Che architetto innovativo sei stato e quanto mi fa male che tu non riconosca e ti perda in questa casa che con tanto amore hai progettato e costruito per mamma e te e noi. Hai addirittura creato un angolo tutto per te e mamma, perché dicevi che sempre una coppia deve cercare il momento per stare insieme da soli, in una diversa intimità che non sia solo quella notturna. Adesso non sai più dove è quell’angolo, non curi più i fiori che lo abbellivano, le luci, non tiri più le tende che vi riparavano dalla brezza del vento e dalla ridente ed irriverente curiosità nostra. E sempre ogni giorno vedo la mamma che volge gli occhi verso quel punto, e poi ritornarci per ritrovarti lì, dove ci sono tanti ricordi, dove ancora sente le tue risate, dove la guardavi negli occhi e l’accarezzavi. Ricordi quando tornavo a casa e ti trovavo sempre curioso di sapere, di starmi vicino, di comprendere? Mi invitavi ad aprirmi, ad entrare nel nostro mondo di intimo dialogo ed  affetto, perché la porta della tua sensibilità era quella dell’accoglienza e dell’empatia sempre e comunque. Adesso a me resta il ricordo ed il bisogno di tutto ciò, perché ormai sono tante le volte in cui non mi riconosci, ma tu continui ad aprire, sono sicura, quella porta sul tuo nuovo mondo chissà a chi. Mi spaventa solo non sapere dove sei, poi ti guardo e sorrido, perché comunque nel tuo nuovo mondo sei sereno. Questo mi consola, che la vita ti abbia almeno regalato l’inconsapevolezza delle tue condizioni. Pensa che dolore sarebbe stato per te sapere di aver perso tutto, tutto ciò per cui avevi lottato, tutto ciò che eri riuscito a costruire dentro di te e dentro di noi. Perché questo ti ha fatto man mano questa terribile e pur pietosa malattia! Man mano ti ha tolto i ricordi … tutti. Ti ha tolto la consapevolezza dello spazio del tempo del corpo. Mi dispiace solo che non ci sarà più il tempo del ritrovarsi, del riconoscersi già solo leggendo ciò che si nasconde dietro uno sguardo. Questa tua condizione ha spinto te a iniziare un viaggio involontario, ha lasciato soli noi inchiodati nel nostro tempo, impossibilitati a viaggiare con te, a tenerti eppure a non tenerti, a sentire che sei per noi sempre lo stesso e pur tuttavia ad accettarti così diverso, così sconosciuto. A volte mi chiedo se anche lo spirito sia cambiato poi qualcosa mi dice di no …. Quando ti abbraccio e ti accarezzo e tu sorridi, non a me certo, so che dentro hai ancora la forza delle emozioni, ancora riconosci il loro modo di parlare. Non smetterò mai di accarezzarti, è l’unico modo che ho di comunicare con te ed anche se non sai chi sono, anche se per te sono una sconosciuta, non ci è sconosciuto, invece,  il linguaggio dell’abbraccio e della carezza e se tu non ricordi io ancora posso e posso anche per te.
la tua Mariella

La lettera di questa figlia al padre colpito da Alzheimer spiega molto bene o meglio riesce a raffigurare i sintomi di questa patologia. Il Morbo di Alzheimer è proprio tutto questo, un’altra forma di patologia neurodegenerativa oltre a quelle comunque note come il Morbo di Parkinson, la Sclerosi Multipla, la Demenza Senile.
Gli aspetti clinici iniziali della malattia possono variare da soggetto a soggetto, rendendo più difficile la diagnosi precoce della malattia, inoltre alcuni di essi possono essere confusi con normali defaillance legate all’avanzare dell’età o per sintomi della depressione. Possiamo individuare 3 principali fasi di malattia.  Parliamo di Demenza lieve (con durata media da 2-4 anni) caratterizzata da lievi disturbi di memoria quando cioè vengono dimenticati ad esempio  i nomi o i numeri di telefono; Poi inizia la perdita progressiva della memoria, soprattutto quella recente. Ciò  può interferire con il normale svolgimento degli impegni quotidiani. Inizia la difficoltà ad orientarsi nello spazio e nel tempo, per esempio il soggetto può avere problemi a ritrovare la strada di casa. Anche il linguaggio comincia ad essere compromesso, non si riescono a formulare frasi adatte a supportare il pensiero, con incapacità a “trovare la parola giusta”. L’umore inizia a deprimersi oppure ci possono essere manifestazioni aggressive e ansiose perché il soggetto non accetta questi nuovi limiti. Abbiamo poi una Demenza moderata( durata media da 2 a 10 anni) con il progressivo aumento di tutti i sintomi, e con la necessità di assistenza nelle attività quotidiane. Il soggetto tende a trascurare il suo aspetto, le attività, l’alimentazione, i problemi di alterazioni dell’umore diventano più rilevanti. Il terzo stadio Demenza grave (durata media 3 anni) è la fase terminale della malattia con perdita totale della memoria e dell’autonomia. La persona è totalmente incapace di riconoscere i propri familiari, a compiere azioni di vita quotidiana come vestirsi, mangiare, lavarsi, riconoscere i propri oggetti personali e la propria casa. Il movimento, in questa fase, diviene totalmente compromesso fino all’allettamento, inoltre non è più presente alcun controllo sfinterico. C’è una perdita totale della capacità di parlare e capire anche se comunque ci può essere ancora la capacità di esprimere emozioni attraverso il viso. E’ per questo che nelle fasi avanzate della malattia acquistano rilievo ed importanza soprattutto le modalità di comunicazione non verbali: lo sguardo, il contatto fisico, il tono di voce, gli sfioramenti, le carezze, il sorriso, l’abbraccio, cioè  tutto ciò che è alla base di una  comunicazione legata a percezioni istintive.
A rendersi conto di alcuni atteggiamenti cosiddetti “strani” sono per primi i familiari, ma questo di solito succede dopo due o tre anni dall’apparizione dei primi sintomi. Infatti anche se essi notano una qualche difficoltà di memoria, una certa disorganizzazione a svolgere attività abituali, una certa difficoltà ad esprimersi, una certa tristezza e malinconia finiscono con l’attribuire come abbiamo detto, questi problemi all’insorgere dell’età, allo stress, alla depressione. Man mano, con l’avanzare della patologia, questi problemi, però, si accentuano prendendo una propria specifica connotazione.  C’è da dire tuttavia che sono proprio le persone colpite, i primi in assoluto ad accorgersi di questi loro cambiamenti.  È ovvio che la prima reazione sarà quella di non accettare questi loro problemi. Pur deprimendosi, perché tuttavia ne sono consapevoli, preferiranno ritenere responsabili gli altri delle loro dimenticanze. Sarà colpa degli altri se non capiscono ciò che viene detto loro, ci sarà un ladro in casa se non trovano le chiavi o i soldi, e così sarà  per ogni problema che affronteranno nella fase iniziale. Questo atteggiamento di rifiuto porterà ovviamente a depressione o alterazioni dell’umore con conseguenti crisi aggressive. Quale è la cosa più urgente da fare quando si notano certi disturbi?
La risposta è ovvia anche e soprattutto in questo caso. Quando ci si rende conto di alcune anomalie comportamentali e funzionali si può e si deve consultare uno specialista. Infatti  ci sono alcuni esami come ad esempio  i biomarcatori , che pur essendo ancora in fase di standardizzazione e quindi non ancora fruibili di routine, attualmente ci permettono di capire, con un margine di sicurezza piuttosto elevato, se il quadro clinico dipende esclusivamente da fattori depressivi o piuttosto è legato a problemi neurodegenerativi. I Biomarcatori sono stati identificati attraverso delle continue e costanti ricerche scientifiche. La loro presenza viene quantificata attraverso l’analisi del liquor cerebrospinale e attraverso lo studio delle immagini di risonanza magnetica.
Per valutare i marcatori biologici dell’ Alzheimer  vengono studiate le strutture cerebrali coinvolte nella memoria e cioè le aree temporo-mesiali e il volume dell’ippocampo, si procede quindi, alla misurazione di come queste aree,  in fase di neuro degenerazione, metabolizzano il glucosio, si passa poi alle analisi biochimiche del liquor cefalorachidiano con il dosaggio delle proteine tau/fosfotau e abeta.

L’uso combinato della valutazione neuropsicologica e dello studio della struttura, del metabolismo e della biochimica del cervello, permette a questo punto di capire se un cervello ha iniziato ad  accumulare  beta amiloide, rendendo  possibile una diagnosi precoce quando il disturbo di memoria è lievissimo e non disabilitante, quando il paziente è ancora autosufficiente ed ha una buona qualità di vita e soprattutto in assenza di una evidente demenza (Dubois et al., Neurology, 2007).
Per quanto riguarda l’insorgere dell’Alzheimer anche se gli scienziati sanno per certo che questa patologia comporta la morte progressiva delle cellule cerebrali, non ne hanno purtroppo chiaro il motivo. Tenendo conto di tutto ciò che si conosce di questa condizione, piuttosto che pensare ad una sola causa si tiene maggiormente conto di una concomitanza di fattori di rischio. Resta però l’interrogativo del perché si sviluppi in alcune persone e non in altre. Uno dei  fattori di rischio è considerata la familiarità, cioè la positività nella storia di famiglia. Un altro fattore  è da legarsi all’aumento dell’età media delle persone. Dopo i 65 anni, il rischio di Alzheimer raddoppia ogni cinque anni. Dopo gli 85 anni, il rischio raggiunge quasi il 50 per cento. Ulteriore ed importante rischio è un’errata alimentazione con abuso di zuccheri,  glutine e prodotti transgenici, così come una scarsa attività cerebrale.
I fattori ambientali ed emotivi giocano, invece,  un grosso ruolo sull’espressione genetica. L’epigenetica si riferisce proprio a questo, cioè a quelle condizioni in cui alcuni geni, come risposta ad una disarmonia ambientale, emozionale e cognitiva, alterano e modificano la loro attività provocando mutazioni genetiche.  In sintesi un errato stile di vita gioca il suo ruolo determinante provocando un’alterazione dell’equilibrio della persona dal punto di vista chimico fisico spirituale, Ancora una volta si pone l’accento su come sia importante per la “ Salute” di un individuo mantenere in equilibrio le sue componenti peculiari: corpo mente spirito. Come può essere raggiunto quest’equilibrio? Importante è non contaminare il corpo con sostanze tossiche e questo pone l’accento sul personale rapporto con l’alimentazione e l’ambiente; mantenere in armonia il proprio pensiero e le emozioni; permettere una corretta comunicazione fra nervoso periferico e centrale; contribuire in tutti i modi a migliorare le proprie capacità cognitive ed il funzionamento cerebrale.
Cercare di diminuire il rischio di  patologie incluse quelle neurodegenerative si può, rallentarne il decorso è possibile.

Tutto ciò ci parla ancora una volta del ruolo che la Chiropratica e la Neurologia Funzionale giocano nel  raggiungimento e nel mantenimento dell’equilibrio della persona.
La Chiropratica riequilibra la comunicazione periferica e centrale permettendo anche una migliore funzionalità degli organi; libera, usando una metafora, tutte le strade dagli ingorghi con aggiustamenti della colonna vertebrale, suggerisce lo stile di vita da seguire per stare in “Salute”, intesa come benessere psico-fisico, rimuovendo, tutte le volte possibili, quei fattori disturbanti derivanti dall’insorgenza di uno stato di stress strutturale e chimico dovuto a traumi, inquinamento ambientale, alcuni tipi di farmaci, alcuni agenti chimici, cibi non naturali e ansia, stati di tensione e di stress emotivo.  Un secolo fa DD Palmer -inventore della Chiropratica – parlava di  Intelligenza innata” , intesa come quella forza vitale che anima ogni essere vivente. Questo concetto che non è solo filosofico ma anche scientifico se teniamo conto della fisica quantistica,  motiva lo spirito della La Chiropratica che crede nelle capacità naturali di guarigione dell’organismo e nel suo ruolo fondamentale nel riattivarle. A questo ruolo si ricollega il compito della Neurologia Funzionale. Se è vero che un aereo, pur perfetto meccanicamente, tuttavia non parte in assenza di motore e dei giusti collegamenti fra le stesse parti meccaniche e fra queste ed il  motore, possiamo capire allora l’importanza del contributo della Neurologia Funzionale. Essa  si impegna a sua volta a riequilibrare le capacità cerebrali, la funzionalità degli emisferi, potenziando i processi della memoria, la concentrazione, la capacità di analisi ed organizzazione tempore-spaziale, la capacità di recuperare equilibrio motorio e altresì capacità di comunicazione attraverso interventi e piani di recupero mirati al singolo individuo tenendo conto di tutti i suoi traumi, esperienze e progressive perdite in abilità.
Si sottolinea in questo  modo un differente modo di fare Salute, che fa suo il concetto per cui “ad ogni causa corrisponde un effetto e viceversa”.

Dott.ssa Cristine Del Bene e Immacolata Volzone

Proteina beta amiloide

La beta-amiloide, rappresenta  un importante esempio di come alcuni tipi di proteine  possano all’improvviso diventare nocive.  Si tratta, in effetti, di una sostanza neurotossica in grado di depositarsi sotto forma di placche sulle membrane cerebrali. Queste placche inibiscono le sinapsi, ovvero i  collegamenti  e la comunicazione tra neuroni, i quali man mano finiscono per morire. Per capire come ciò avviene dobbiamo partire dal precursore di questa proteina cioè la proteina APP.
APP è una proteina di membrana (cellulare) non solo innocua, ma anzi necessaria alla vitalità dei neuroni perché normalmente ha un ruolo importante nella loro crescita e nella loro riparazione. Viene prodotta in tutti gli esseri umani all’interno di diversi tipi di cellule, tra cui quelle del cervello, cuore, reni e milza. Ha, come abbiamo accennato, diverse funzioni biologiche sia in forma integra (è, infatti una grossa proteina complessa) e sia suddivisa in frammenti. Questa proteina contribuisce a favorire i collegamenti cellulari ed è coinvolte, a livello cerebrale, nella riparazione dei neuroni danneggiati e nella loro crescita. In età avanzata, o per diversi fattori, può capitare che questa proteina degeneri, smette di essere una proteina sana e si trasforma nella sostanza neurotossica di cui abbiamo parlato. Questa sostanza non riuscendo ad essere smaltita si accumula soffocando e distruggendo le cellule nervose che così arrivano a morire.  Ne consegue quindi la perdita di capacità cognitive e di memoria, caratteristiche tipiche della Demenza oppure nello specifico della patologia conosciuta come Morbo di Alzheimer.

L’amiloide è un peptide (un piccolo frammento) della APP ed è l’unica parte dalla proteina di origine in grado di provocare danni  a livello dei neuroni. Le placche di beta-amiloide possono essere “rinforzate” dall’aggiunta di un’altra proteina tossica, chiamata Tau anomala. Insieme queste due proteine  portano ad una demenza di tipo irreversibile, perché i neuroni morti per asfissia non vengono più sostituiti.

I Danni dello Zucchero al Cervello

La ricerca ha dimostrato come l’abuso di zuccheri incida  anche sulla struttura del cervello e sulla sua funzionalità.
L’ormone Insulina nel nostro corpo, ha la funzione di permettere l’ingresso di glucosio (cioè di zucchero) nelle cellule. Senza di essa il glucosio resterebbe  in circolo provocando  l’aumento del livello della glicemia e privando le cellule della loro principale fonte di energia e sostentamento. L’organismo, dunque, se non c’è insulina, non può sopravvivere. Essa ha la funzione di abbassare i livelli ematici di zuccheri nel sangue, trasportandoli verso quei tessuti che agiscono come luoghi di riserva (tessuti insulino – dipendenti) come  ad esempio il tessuto muscolare scheletrico, il cuore ed il tessuto adiposo.
L’insulina  svolge il suo compito mediante il suo rapporto con i recettori , cioè  con quelle strutture  che sono presenti sulle pareti delle cellule. In assenza di insulina, tutte le cellule dell’organismo, escluse quelle del cervello e del fegato, sono impermeabili al glucosio, cioè non permettono  a tale sostanza di poter penetrare. Al contrario, in presenza di insulina ed attraverso il suo legame con i recettori, la cellula sa di poter permettere al glucosio di accedere.
Nel nostro cervello l’insulina favorisce  diverse funzioni. Permette ai neuroni presenti nelle aree della memoria di assorbire glucosio. Facilita le connessioni tra le cellule nella formazione e codificazione dei ricordi,  regolando  i neurotrasmettitori come ad esempio l’acetilcolina, importante per la memoria e l’apprendimento. E’ inoltre coinvolta nella formazione e funzione dei vasi sanguigni, da cui il cervello prende i nutrienti. Ciò significa che ridurre il suo livello nel cervello significa danneggiare anche le nostre capacità cognitive. La ricerca ha dimostrato che le persone che soffrono di diabete di tipo 2 perdono più volume del cervello e, nello specifico, tendono a perdere più materia grigia rispetto a quello che dovrebbe essere nell’età presa in considerazione. Ciò si traduce nella reale possibilità che persone con bassi livelli di recettori dell’insulina e di insulina nel cervello possano contrarre più facilmente il Morbo di Alzheimer. Una recente ricerca pubblicata  sulla rivista Neurology ( Neurologia 12 nov 2013 ) ha  ampliato il discorso,dimostrando, attraverso la misurazione dei marcatori di glucosio, come l’eccesso di zuccheri e di carboidrati possa alterare la funzionalità del cervello anche in persone che non sono diabetiche o che non presentano segni di demenza. Come riportato da Scientific American il risultato di tale ricerca è stato che  ” ai livelli più alti di entrambe le misure di glucosio erano connessi il peggior livello di memoria, così come un ippocampo più piccolo con la presenza quindi di una  compromissione della sua struttura.

Secondo lo studio co-autore Agnes Flöel, neurologo presso Charité, il glucosio contribuisce direttamente alla atrofia dell’ippocampo. Ciò significa che a lungo andare, elevati livelli di glucosio possono contribuire alla sua contrazione  ( ricordiamo che l’ippocampo è responsabile della formazione, organizzazione e stoccaggio dei ricordi). E ricordiamo anche che la contrazione dell’ippocampo è un sintomo caratteristico della malattia di Alzheimer.